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Notte prima della partenza: formicolio nello stomaco

La lista delle cose da portare giace immobile sul letto. Nella sua solennità ricorda una mappa del tesoro che porta ad uno scrigno di emozioni ancora inesplorate. Ed io, immerso in uno spirito leopardiano, consapevole che la gioia per un evento imminente è spesso più grande dell’evento di per sè, mi accingo alla battaglia "spaziale" contro il mio zaino. So che sarà come lo è per tutti. Che appena avrò varcato il Check In mi ricorderò all'improvviso di aver dimenticato qualcosa. “Eppure me lo sono ripetuto dodici volte che dovevo portare il fermacollo per l’aereo!”

Sono quei momenti che anticipano la partenza, controllare per la terza volta che la porta di casa sia chiusa, ma più che altro sono quegli attimi che fanno bene a tutti noi. Anche (o soprattutto) a quelli che postano "Vivo dove gli altri passano el loro vacanze". Sono un'iniezione di ossigeno culturale, specie dopo la pandemia. Indescrivibile la sensazione di quest'estate 2022 di potersi muovere di nuovo liberamente, senza quella mascherina che oscurava l’elemento più puro dei ogni essere umano: il sorriso.

Vago dalla cucina al salotto, dal bagno alla camera da letto. Interrogandomi nel mio dubbio amletico se porterò troppe cose con me o se mi ritroverò a dover acquistare un paio calzini nel primo negozio low cost. La partenza mi agita, mi fa sentire una tigre appena liberata, che prima di inoltrarsi nella giungla, giara ancora un paio di volte su sé stessa, felice e insicura. E pio c'è quell'euforia felpata nelo stomaco, che mi fa sentire come Morgan Freeman, quando interpreta Red in quel film pietra miliare della storia del cinema: “Le ali della libertà”. Vi ricordate la scena? Quando dall’autobus contempla il Pacifico, in pace con se stesso. Non che in questi ultimi anni non abbia mai viaggiato, che non abbia mai abbandonato il confortevole nido della Selva Downtown, per congedarmi dallo small talk di quelli che che parlano del tempo (metereologico) per uccidere il tempo (cronologico) che prima o poi finisce per dare scacco matto a tuti noi. No, questa volta è diverso. Ho voluto scegliere città e isole ancora poco conosciute. In una società dove vige l’iper controllo di Tripadvisor e la valutazione maniacale di tutto verso tutti, questa volta ho scelto di ignorare di indagare in anticipo su Google. Non voglio ritrovarmi in un posto già assaporato virtualmente. sarebbe come incontrare il Papa al pub e dopo una settiman chiedergli un'udienzaufficiale dentro alla Cappella Sistina.

PERDERSI PER RITROVARSI

“In viaggio la cosa migliore è perdersi. Quando ci si smarrisce, i progetti lasciano il posto alle sorprese, ed è allora, ma solamente allora, che il viaggio comincia”, diceva Nicolas Bouvier. E quindi non posso ricordare la prima volta che visitai quella città che dopodomani potrò riabbracciare. Era il 1999, il mio amico ed il sottoscritto erano due “Interrailiani” in erba, due facce da latte che non sarebbero mai saliti in macchini con degli sconosciuti e che non avrebbero mai accettato una caramella da qualcuno che non fosse un lorom parente. Due sprovveduti che a mezzanotet passata cercavano ostelli, esaminando con occhio clinico in una cabina telefonica della DDR un elenco di catapecchie, chiamate con grande generosità "Jugendherbergen". Ripenso spesso a quei momenti, quando viaggiare significava soprattutto essere aperti a nuove conoscenze e non compilare un questionario di aspettative redatte dalla società. Interrail 1999, qunati ricordi, con le notti in bianco passate sul treno, o a confabulare con dei graffitari sotto un ponte, oppure pernottando in un sacco a pelo in un parco poco raccomandabile a Haarlem. Anni in cui, in giro per l'Europa, dopo la quarta birra media di colpo diventavi poliglotta e dove ogni rischio si tramutava in occasione. Era la libertà di vivere, una libertà che all’epoca si ghermiva senza chiedere. Le vacanze estive da studente, che non rappresentavano un dovuto conguaglio a messi passati a rincorrere uno status fittizio, ma che rappresentavano semplicemente la ricompensa alle ore di vita rubate dalle sessioni frontali di algebra e dalle ore passate nell’aula studio dello “Staatsgefängnis Muri Gries“ a sognare la più carina del liceo. Viaggiare, una cosa che tanti si prefissano come una missione da compiere da pensionati, quando la loro schiena sarà a pezzi e il mal di mare sbatacchierà il loro stomaco come il Blue Tornado di Gardaland. Sono convinto che ci sia soltanto un momento giusto per viaggiare, quando la massima espressione di energia vitale ti dice di farlo. Proprio quella forza che da giovane era pura normalità, quando con un marsupio e una felpa consumata calcavi le strade dell'Europa e non avevi ancora bisogno di stampare un sorriso sforzato sulla tua faccia, per dimostrare agli altri di aver trovato un posto nel mondo. Ma soprattutti, quando dvanti ad una festa a sorpresa stonavi "Happy Birthday" a squarciagola, manco fosse l'Albachiara di Vasco, senza provare imbarazzano contando il numero candeline sulla tua torta.

PRONTI, ATTENTI, VIA...

Non vedo l’ora di partire, di incontrare quegli sconosciuti, che in fondo sono soltanto amici distanti e celati dal mare. E quindi non posso che citare il mitico John Steinbeck, quando diceva che “Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”.
Allo stesso modo come siamo la somma degli errori e delle esperienze che abbiamo vissuto, i nostri viaggi ci plasmano, ci modellano e ci ispirano. I viaggi, la curiosità per i viaggi, ci fanno diventare minuscoli insignificanti personaggi di una trama che in veritànemmeno abbiamo deciso di scrivere. Dimenticando penna e taccuino, staccando la tastiera... soltanto cavalcando quelle note di una chitarra scordata, che da sempre accompagnano il battito del nostro cuore. Un cuore, che pervaso dall’istinto primordiale, non vede l’ora di scrutare oltre quel colle.
Eh già, partire è come ricongiungersi con le sensazioni rimosse. Viaggiare è come sognare al contario.

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30.06.2022===

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Pubblicato da ivansenoner 19:38 Commenti (0)

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